INTERVISTA ad AMARA: “Ho creduto in San Remo!”

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Oggi All Music Italia intervista uno dei nuovi talenti della musica italiana, una cantautrice tenace che quest’anno è riuscita a guadagnarsi un posto sul palco di Sanremo nella categoria Nuove proposte… parliamo di Amara.

Conosco Erika, questo il suo vero nome, da tanti anni ormai… la incontrai la prima volta ad una serata dei ragazzi di Amici, programma da cui lei era reduce. Rimasi subito incantato dalla sua voce e dall’aura che emanava. Ero già da allora certo di una cosa: lei non apparteneva a quel contesto, era parte di uno schema (musicale) molto più grande. E il tempo mi ha dato ragione.

Quello che segue è il riassunto di una chiacchierata iniziata a mezzanotte e un minuto e finita alle 04:30 del mattino. È un viaggio alla scoperta del percorso, del pensiero e dell’arte di una delle più promettenti cantautrici del panorama musicale italiano. Un’artista colma di sostanza assolutamente da scoprire.
Se prima di avventuravi nella lettura volete leggere il testo di Credo, il brano sanremese di Amara, lo trovate qui. Se volete anche guardare il videoclip, attualmente il più visto tra quelli dei giovani di Sanremo sul sito Rai, cliccate qui.
Buona lettura!

Amara andrà finalmente al Festival di Sanremo… come ti senti ora e cosa hai pensato nel momento in cui hai sentito pronunciare il tuo nome?

Hai ragione, andrò finalmente a Sanremo… è tutto vero!
Una cosa penso di poterla affermare: non potrò mai dire che non mi sono conquistata il mio posto al Festival (ride Ndr). Nel senso che è stato un traguardo a cui ho puntato più volte e che che finalmente sono riuscita a raggiungere. In passato ho cercato di scalare questo monte ma alla fine cadevo sempre, quindi ora il fatto di essere arrivata su questa cima e di aver messo una bandierina di color bianco, perché io arrivo in pace, mi fa stare bene, mi fa sentire felice e fiera di aver perseverato nonostante quelle cadute.

Sai, io ragiono spesso per immagini… anche mentre parlo con te la mia mente sta immaginando visivamente alcune scene… quest’anno era la prima volta che mi presentavo ad Area Sanremo come Amara, quindi quando Carlo Conti ha detto il mio nome per un attimo sono rimasta bloccata ed ho pensato “Ma Amara sono io!?!” questo perché la mia testa si aspettava di sentire chiamare Erika Mineo, invece no, giustamente Carlo ha chiamato Amara. In quel momento mi sono venute in mente un sacco di scene degli anni passati, mi sentivo di colpo come sospesa nel vuoto. Negli anni precedenti ogni volta che arrivavo negli 8 finalisti l’immagine era sempre la stessa, io dietro il sipario dell’Ariston, poi quando chiamavano i due nomi che sarebbero andati al Festival e il mio non era tra questi… “Bum!”, quel sipario rimaneva chiuso. Quando invece quest’anno ho sentito quel sì, ho visto come una luce, il sipario si era aperto “finalmente posso fare un passo avanti” mi sono detta.

Le vincitrici di Area Sanremo 'Amara' e 'Chanty'

Quando e perché Erika Mineo ha deciso di diventare Amara? E perché Amara ha questo nome sebbene canti l’amore?

All’inizio della mia carriera ero solo un interprete. Quando ho iniziato a comporre da sola, ho sentito che dentro di me c’era qualcosa in più, una parte che non conoscevo e che stavo scoprendo… era l’entità che abita me.

Nel corso degli anni, per quanto tu sia forte, per quanto ti convinci che tutto ti scivoli addosso, alcune cose in realtà ti rimangono attaccate. Dopo queste esperienze mi sono accorta che il modo in cui cantavo, il modo in cui raccontavo i miei stessi pensieri erano diversi, sentivo come un sorta di amarezza di fondo e la mia voce si vestiva di questa sofferenza… è stato in quel momento, quando ho preso coscienza di questa cosa ed ho capito che mi piaceva, che ho cominciato a farmi chiamare Amara… finalmente sapevo che non dovevo vergognarmi di nulla… di quello che provavo e delle cadute, non dovevo far finta che era sempre tutto ok… sono venuta a patti con questa parte di me ed oggi posso essere serena e riuscire contemporaneamente a vestire la mia amarezza.
Tutti pensano alla parola “Amara” con una connotazione negativa se ci pensi, ma non è così… prendi il cioccolato amaro, è una cosa pura, è una cosa che fa bene ed è buona… anche il caffè, di un caffè amaro senti la vera essenza.

Nel corso della tua carriera hai fatto molte esperienze, vinto il Premio Lunezia per esempio e, ovviamente, Area Sanremo… a questa manifestazione sei particolarmente legata, infatti ci sei tornata per ben sei volte. Perché quel posto secondo era quello giusto per te?

Il primo anno era una novità per me “un proviamoci”, sappiamo benissimo che le possibilità di emergere per i giovani sono pochissime… c’è Area Sanremo, ci sono i talent e poche altre situazioni. Io un talent lo avevo già fatto, quindi Area Sanremo mi è sembrato il posto adatto a me. Succede poi che partecipi una volta e arrivi a un passo dal traguardo, lo fai una seconda volta ed ancora lo sfiori… nonostante ci siano tantissimi partecipanti ti rendi conto di essere apprezzata ogni volta, nonostante le giurie cambino. E siccome vivo la vita leggendo i segnali, questo per me era un “segnalone”, cioè se non vedo questo “cartello” sono una matta. Allora ogni volta sentivo il bisogno di tornare. Finché qualcosa si è spezzato perché sì, è vero, le giurie cambiavano ogni anno, ma tutte le volte che io ho partecipato alla manifestazione il direttore artistico era sempre uno, ed era sempre quella voce a dirmi di no. Non so perché. probabilmente non gli garbavo. In fondo la musica è alchimia, non è detto che possiamo per forza piacere a tutti. Lui probabilmente non vedeva in me quello che vedeva in altri, ognuno di noi guarda con gli stessi occhi ma in maniera diversa. In quell’ultimo anno avevo sentito la rabbia salire in me dopo l’esclusione, rabbia e una serie di sensazioni che non ti permettono di avere lucidità. E si dice che quando non hai lucidità non devi scegliere niente perché puoi solo sbagliare. Allora mi sono fermata per capire, ho trascorso un paio di anni in silenzio, ho percorso un cammino interiore ed ho capito tante cose… a quel punto sono tornata.

E sono tornata perché Area Sanremo è un contesto in cui mi sono sempre sentita a casa, mi mancava, mi mancavano le ragazze dell’organizzazione di Sanremo Promotions, mi mancava lo scambio perché quella manifestazione, al di là del concorso, è proprio un luogo in cui si respira energia. C’è arte, scambio, condivisione… ora so che dall’anno prossimo ci saranno dei cambiamenti, spero non la snaturino troppo.

Il tuo primo singolo si chiama Maledetta me… perché Amara a quei tempi si malediceva e quale cammino ha intrapreso per smettere di farlo e iniziare a credere?

Maledetta me racchiudeva tutte le sensazioni della prima parte del mio percorso. In principio c’era stato Amici, finita quell’esperienza ho dovuto capire quale strada fosse giusto intraprendere perché sai, uno pensa di fare un talent e di entrare in un sistema televisivo che ti cambia la vita, ma in realtà quasi sempre non è così. È un’esperienza… cerchi un punto di partenza e da lì ti incammini, poi se non ti va bene torni a casa afflitta e sconfitta. Ma se dentro senti che questo è il lavoro che vuoi davvero fare, che fai? Torni a casa e non fai più niente? No, cominci a camminare e cerchi la tua direzione, e quella è la parte più difficile. Sei piena di domande: “Come faccio?“, “A chi devo chiedere?“. Io a quei tempi non scrivevo e non suonavo nessuno strumento e allora cercavo un appoggio. Un appoggio che trovai nella mia prima produzione ma che alla fine non andò in porto, così mi ritrovai a Napoli, lontana da casa e dalla mia famiglia che sta in Toscana. Ero lì e dovevo capire come ricominciare a muovermi da zero.

Per prima cosa ho imbracciato la chitarra, che avevo da tempo ma che non sapevo suonare, ho comprato uno di quei libricini da autodidatta che ti fanno vedere con in pallini dove mettere le dita, ho imparato tre accordi ed ho scritto di getto Maledetta me. Quando l’ho scritta è stato come piantare un seme e iniziare a vederne la radice.  Da quel momento ho iniziato a buttare via tutte le sovrastrutture che non mi permettevano di “essere”.

In Maledetta me racconto la realtà che in quel momento mi circondava e che non mi piaceva, di come vedevo io le persone attorno a me… mi sentivo circondata da finzione e arrivismo e non ero capace a far finta di niente, a tacere… e allora mi maledicevo perché non stavo zitta mai… però alla fine mi sentivo come assolta quando cantavo il verso che dice “ma l’unico vero peccato è l’infelicità“… cioè, era come se mi stessi dicendo “Ok, sei una maledetta, sei una stronza… però non ti preoccupare, se sei felice va bene così…“. Un po’ paracula forse, ma era la realtà.

Arrivando a “Credo”, il tuo brano per Sanremo, c’è un verso in cui dici “Amore mi ritrovo nei tuoi occhi ma mi perdo tra la gente… non posso guardarti negli occhi e chiamarti per nome…” Questo amore a cui ti rivolgi c’è o c’è stato? E se c’è stato, visto il cammino interiore a cui più volte hai fatto cenno, ha dovuto cedere il posto al bisogno più urgente di ritrovare l’amore verso te stessa?

In realtà in quella frase ci sono tutte e tre le cose che hai detto. È l’amore che c’è stato, che in qualche modo c’è e allo stesso tempo l’amore che dovevo a me stessa.

Quando dico “mi ritrovo nei tuoi occhi ma mi perdo tra la gente” parlo dell’ultimo amore, del fatto di ritrovarmi lì al suo fianco, ma allo stesso tempo della scelta di andare, di perdermi tra la gente perché sentivo l’esigenza di cercare me stessa. Amara doveva andare. Invece quando dico “non posso guardarti negli occhi e chiamarti per nome…” parlo della sofferenza che accompagna ogni amore che finisce, anche se è stata una scelta voluta. Perché quando tu hai chiamato una persona “amore” per tanto tempo e poi arriva il momento in cui decidi di lasciarla andare è difficile riuscire a pronunciare il suo nome, perché per te quella persona è sempre stata “Amore” e non riesci più ad associarla al suo vero nome…
Nella vita troppo spesso ci dimentichiamo che noi non apparteniamo a nessuno e nessuno ci appartiene, questa è una cosa che non dobbiamo mai dimenticare. L’essere umano arriva spesso a chiudersi, a schiacciarsi, a fondersi perdendo la concezione di se stesso come singolo individuo e questo primo o poi può causarci sofferenza.

Una delle frasi più belle della tua canzone dice “Credo nelle preghiere anche se ognuno a modo suo, perché ogni luce è buona per accendere quel buio…” Amara in cosa crede? Sei una persona religiosa?

Questa è anche la frase che sento di più quando canto Credo. Parliamo sempre di cammino e nel cammino io ci metto anche la ricerca spirituale. Quando l’essere umano è in difficoltà si attacca sempre alla fede, io l’ho fatto tante volte. Ma spesso noi cerchiamo Dio in un modo sbagliato perché le religioni ci insegnano e ci orientano verso dei canali ben strutturati. C’è stato un momento in cui ho temuto di non credere più in niente. Sembrerà paradossale, ma ho capito da sola di aver incontrato Dio. Ho capito che anche da sola potevo avere un rapporto con lui… io e Dio (Amara ha questa frase, “Io e Dio”, tatuata sul corpo Ndr).

Con questa sicurezza mi sono avventurata nella lettura, ho cercato dei libri che potessero aiutarmi a comprendere meglio quello che sentivo… Un giorno ho incontrato una persona meravigliosa, Maurizio Insana, che mi ha suggerito un libro, Il palpito dell’uno di Angelo Bona, l’ho iniziato a leggere ma l’ho chiuso quasi subito, non ero pronta, non mi ci rispecchiavo, avevo quasi un senso di rifiuto. Col tempo ho capito che in realtà ci vedevo qualcosa che mi spaventava, perché quando ci vengono dette delle cose che si avvicinano alla verità su noi stessi il primo istinto è quello di fuggire, e così l’ho abbandonato. L’ho ripreso in mano solo sette anni dopo, da li è arrivata la vera consapevolezza.

Ho capito che In fondo ogni religione ci mostra Dio in un suo modo, e questa è una cosa bellissima perché siamo liberi di scegliere quella che sentiamo più vicina a noi… ci sono dei gesti in comune tra tutte esse, dei fondamentali: quando sei nel momento della preghiera, della recitazione o della meditazione lo sguardo è sempre rivolto verso l’alto, le mani sono sempre congiunte e si rispetta il silenzio . La mia religione è quella universale. Noi siamo energia, noi ci nutriamo dell’universo,noi siamo esattamente come un albero, un fiore, come ogni forma vivente che abita la terra. Sapere di essere parte del tutto mi fa sentire viva.

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Il tuo disco si chiama “Donna libera” come mai?

Donna libera è il titolo di un brano contenuto nel disco a cui, con il mio produttore, stiamo lavorando da cinque anni.
Un album nato piano piano, ad ogni Sanremo in realtà era pronto, ma il tempo in più che abbiamo avuto ci ha permesso di migliorare ogni volta qualcosa, di cambiare, di aggiungere o togliere. Quindi è un disco che è maturato come un frutto grazie a tanto lavoro e a tanta dedizione. Ovviamente poi si sono aggiunti nuovi pezzi che negli anni nascevano. Posso dire che Donna libera racchiude un percorso di cinque anni.

Tra i brani contenuti nel tuo album, ce ne è uno a cui sei particolarmente legata per qualche motivo?

Proprio quello che dà il nome al disco, Donna libera.
È un pezzo che ho scritto in un momento in cui dovevo “vomitare” tante cose e in quella canzone l’ho fatto in un modo forse un po’ rabbioso, ma assolutamente sincero.
È una canzone legata ad un momento importante, in cui ho sofferto molto, è un vero proprio urlo. Un urlo alla mia libertà.

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Oggi i giovani che vogliono intraprendere questo mestiere sono abituati ad avere tutto e subito, forse anche a causa dell’influenza dei talent che danno l’impressione che basti apparire in tv per farsi amare e riuscire a farcela. Un tempo non era così, dietro ogni progetto, come nel tuo caso, c’erano percorsi molto lunghi e attese anche di anni prima che tutto fosse a fuoco. Qual è il tuo consiglio per i ragazzi che vogliono imparare a vivere di musica?

Guarda, ti faccio una citazione bellissima e che secondo me dice tutto senza bisogno di aggiungere altro: “Dicono che c’è un tempo per seminare ed uno più lungo per aspettare, io dico che c’era un tempo sognato che bisognava sognare”. Questo è il maestro Fossati in una canzone, C’è tempo, che io considero un mantra.

Non dobbiamo mai avere paura del tempo. È capitato anche a me di sentire quell’urgenza di correre, l’impossibilità di riuscire ad aspettare, però ad un certo punto l’ho pretesa da me stessa. Mi sono detta tu devi metterti nell condizione di “stare in musica”, perché il mondo della musica è talmente grande ed ognuno mette un po’ di se… tu devi riuscire a mettere un granello di sabbia in questo mondo perché altrimenti rimani polvere. Dobbiamo essere più umili, dobbiamo trovare il nostro senso, evolverci e trovare qual è il nostro personale modo di comunicare. E non smettere di conoscere, di leggere, di imparare.

Conoscendoci da svariati anni ti ho spesso rimproverato per il tuo apparente disinteresse nei confronti dei social network. Oggi penso di aver capito in realtà che volevi fossero le persone a sentire l’esigenza di cercarti al momento giusto, a differenza di tanti altri artisti emergenti che cercano costantemente di ricordare agli altri che esistono. Oggi che i tuoi fan aumentano giorno dopo giorno com’è il tuo rapporto con i social?

Mi diverto un sacco.
Prima scrivevo solo quando ero ispirata, altrimenti rimanevo in silenzio per settimane, mesi… Che senso aveva scrivere un pensiero, anche profondo, se la gente non ti conosce? Meglio appuntarlo su un quaderno e farci una canzone, no?
Ora invece che vedo arrivare ogni giorno persone nuove sui miei social mi sento stimolata a scrivere, è diventato bello per me condividere dei momenti di me stessa. E mi viene istintivo perché sento le persone vicine e per questo mi sento in dovere di farlo e, per quanto sai che mi resta difficile, ci sto mettendo tutto quello che posso… attraverso degli stati d’animo o una semplice foto che esprime già da sé il pensiero.
E poi non mi dimentico mai di ringraziare, ringrazio continuamente lo so, ma se c’è una cosa che mi ha insegnato la vita è la riconoscenza e la gratitudine.

Per anni hai ricevuto attestati di stima dagli addetti ai lavori e dai discografici, oggi aumentati a dismisura. Quello che mi chiedo io è: è davvero necessaria oggi la partecipazione ad un talent show o Sanremo per credere in un’artista e nel suo progetto?

Io sono stata fortunata ad aver trovato il mio produttore, Carlo Avarello, uno di quelli che fa il suo lavoro perché lo ama e non lo fa per soli motivi economici. È uno che quando decide di lavorare su un progetto lo fa perché lo stimola, perché ne è innamorato e lo tratta come un figlio.

Oggi manca un po’ di coraggio… è vero che è tutto più difficile e che produrre un disco e far emergere i giovani è dispendioso, ed io ne sono uno caso evidente… però bisognerebbe avere più fiducia in loro.
Bisogna dare tempo ad un’artista di formarsi, altrimenti diventa difficile costruire un progetto con delle radici solide.

Ero presente alle audizioni di Area Sanremo, quindi posso testimoniare che oltre ad essere l’unica artista che ha ricevuto una standing ovation dai discografici, Giusy Ferreri che era in giuria ti ha definito il “più bel nuovo talento che l’Italia potesse scoprire”. Hai avuto modo di risentirla dopo la tua vittoria?

Si ci siamo sentite, l’ho ringraziata tantissimo perché  è stata molto carina con me. Le ho detto quello che realmente pensavo, cioè che se anche non avessi vinto Area Sanremo sarei comunque andata a casa con il cuore colmo di felicità perché lei mi ha detto delle cose bellissime, delle cose che avrei sempre voluto sentirmi dire. È una bellissima persona, un’artista che ho sempre stimato.

Per concludere questa chiaccherata, siccome sai che sono una persona estremamente curiosa, sbirciando mesi fa sulla tua pagina Facebook ho scoperto che abbiamo una passione in comune per una bellissima serie televisiva made in italy, “Braccialetti rossi”. È vero?

È verissimo. La trovo una serie bellissima, quanti pianti mi sono fatta guardandola. È una serie che tutti dovrebbero vedere, è colma di sensibilità e ti fa capire davvero quali sono le sofferenze nella vita e di come un bambino con la sua incosciente innocenza riesce a sorridere, a vivere e a superare un dramma.

Sai ascoltando la tua “Credo” una delle prime cose che ho pensato istintivamente è proprio che l’avrei vista benissimo in questa serie tv perché il tuo brano ha una sensibilità talmente sentita che l’ho associata subito a quelle immagini. So che ora Niccolò Agliardi sta chiudendo la colonna sonora della seconda serie che partirà dopo il Festival, mi sento però di fargli un appello in prima persona: quando arriverà la terza serie (e sono sicuro che arriverà perché questa storia è entrata con prepotenza nel cuore degli italiani) mi piacerebbe inserisse “Credo” nella colonna sonora, sono certo che darebbe il giusto valore emotivo ad alcune delle immagini che vedremo…

Guarda, ho i brividi solo a pensarci ed è qualcosa che mi succede solo quando la mia anima è felice. Ne sarei onorata e felicissima e ti ringrazio per aver pensato che la mia canzone trasmetta quell’intensità che a me ha trasmesso quella serie. Semmai accadrà sarò colma di felicità.

Chiudo con una domanda alla Marzullo: qual è la domanda che nessuno ha mai posto in un’intervista ad Amara e che ti ha fatto pensare “cavolo nemmeno questa volta mi hanno domandato questa cosa”? 

(ride Ndr)
Ce l’ho: perché quando ti dicono “In bocca al lupo” non rispondi “Crepi” ma “Che Dio lo benedica?”
E la risposta è questa… il lupo in verità quando tiene in bocca il cucciolo non lo vuole mangiare, anzi al contrario, lo vuole proteggere, quindi perché noi dobbiamo sperare che crepi poverino? No, che Dio lo benedica. Ridiamo dignità al povero lupo. (ride Ndr)

Allora ti saluto e ti ringrazio per il tempo che hai dedicato ad All Music Italia e… in bocca al lupo!!!

Che Dio lo benedica! :)

ciao Massy infinito grazie
Namaste

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AMARA – CREDO – OFFICIAL VIDEOCLIP

Un ringraziamento a Carlo Avarello de l’Isola degli Artisti.

  La Musica si può averla dentro anche senza saper suonare uno strumento o cantare e a volte diventa parte di te al punto da influenzare la tua intera vita. Ho cominciato a camminare da fan gestendo due Fan Club, ho avuto l’occasione di imparare di più diventando Personal Assistant (di Gianluca Grignani, Niccolò Agliardi e Syria). Ho voluto anche provare l’esperienza on the road del Tour Manager (Barley Arts).Tutto questo per conoscere l’ambiente musicale sotto ogni aspetto e per saper affrontare una nuova sfida: portare avanti interamente un progetto discografico in qualità di produttore ed editore (Eleonora Crupi, Voyeur, Kianka). Recentemente ho voluto anche cimentarmi nella scrittura dando alle stampe per Chinaski Edizioni la biografia non autorizzata "Rockstar (a metà) - Gianluca Grignani". Anni fa, con la chiusura della rivista “Tutto musica”, mi sono sentito orfano di un’oasi in cui la musica veniva raccontata, recensita e approfondita con passione, così mi sono ripromesso che un giorno avrei ricreato un oasi simile per la musica italiana. Da quest’idea nasce All Music Italia.
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